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La libertà di stampa alla fine ha vinto

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  • 12/10/2021

Il Nobel della Pace a Ressa e Muratov: Entrambi controcorrente nelle Filippine sotto Duterte e nella Russia di Putin, nonostante gli arresti e le minacce i due giornalisti premiati «hanno affermato la democrazia». Ecco l’articolo di Luca Miele pubblicato su Avvenire il 9 ottobre 2021.

 

La libertà di stampa alla fine ha vinto

 

Un bene sempre più osteggiato, inviso, minacciato. Assediato dal potere, paradossalmente, proprio nel tempo in cui l’informazione può viaggiare ovunque e a velocità mai sperimentate prima. Eppure senza di essa, senza «la libertà di espressione », si sbriciola il fondamento della «democrazia» stessa e il sogno di «una pace duratura » rischia di rimanere una chimera irraggiungibile.

Quest’anno il Nobel per la Pace è andato a chi quel bene fragile e al tempo stesso essenziale lo difende, al costo di rischiare la propria vita. Maria Ressa, reporter filippina, 58 anni, fondatrice della testata indipendente Rappler.com e Dmitrij Muratov, una vita dedicata a Novaja Gazeta, il periodico russo tragicamente colpito da una serie di lutti: attraverso di loro a Oslo – come ha riconosciuto la presidente della Commissione norvegese per il Nobel, Berit Reiss-Andersen – si è voluto premiare (e difendere) «il giornalismo libero, indipendente e basato sui fatti» che «serve a proteggere dall’abuso di potere, dalle bugie e dalla propaganda di guerra». I due premiati rappresentano «tutti i giornalisti che si battono per questo ideale in un mondo in cui la democrazia e la libertà di stampa affrontano condizioni sempre più avverse», ha aggiunto.

«Senza la libertà di espressione e la libertà di stampa – si legge ancora nelle motivazioni che accompagnano il Nobel – sarà difficile promuovere con successo la fraternità tra le nazioni, il disarmo e un ordine mondiale migliore per avere successo nel nostro tempo».

«Sono un po’ turbata, sono veramente commossa, ma sono felice in nome della mia squadra, vorrei ringraziare il Comitato per il Nobel per il riconoscimento di ciò che stiamo passando », è stata la prima reazione di Maria Ressa, E Muratov ha voluto, subito, “estendere” il riconoscimento ai suoi compagni di vita e lavoro: «Non posso prendermi il merito per questo. È un premio per Novaya Gazeta. È per chi è morto difendendo il diritto alla libertà di espressione». Il giornalista ha citato espressamente i colleghi e collaboratori della testata assassinati: Anna Politkovskaya – proprio due giorni fa sono scaduti i termini della prescrizione – , Igor Domnikov e Yuri Shchekochikhin, ma anche a Natalia Estemirova, Anastasia Baburova e l’avvocato che collaborava con la testata, Stanislav Markov. Infine Muratov ha dedicato un pensiero «alla persona che avrei messo prima di tutti: Navalny». Dal Cremlino sono arrivare le congratulazioni – che ad alcuni sono suonate beffarde – al giornalista per il suo «talento e il suo coraggio». La storia professionale e umana di Ressa e Muratov e delle loro rispettive “creature” – il sito di informazione Rappler e Novaja Gazeta – testimonia lo stesso “mosaico”

Un mix di grande fiuto investigativo, di ostinazione, di attenzione mai spenta alle violazioni dei diritti umani e di capacità di fronteggiare un “nemico” a volte elusivo e nascosto nel segreto, a volte protervo fino all’auto esibizione. Ma anche di vessazioni, processi, arresti. Le Filippine di Duterte, la Russia di Putin. Realtà funestate da «abusi di potere, uso della violenza, crescente autoritarismo». Realtà che mostrano parentele, purtroppo non evidenziate dal Nobel, con quanto accade alla libertà di stampa in Turchia. «La democrazia e la pace non esisterebbero senza giornalisti coraggiosi che chiedono conto ai potenti. Questo premio deve ricordarci il nostro dovere di tutelare la libertà di espressione», ha detto il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. Agnese Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha ringraziato il Nobel «per il riconoscimento della libertà di stampa e di coloro che sono in prima linea».