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Il cristiano deve identificarsi proprio con la persona ferita.

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  • 09/11/2021

Una riflessione di Vittore De Carli, presidente Unitalsi della Lombardia, sulla figura di San Martino

 

Il cristiano deve identificarsi proprio con la persona ferita.

 

Tra i santi più noti festeggiati nel mese di novembre (il giorno 11) vi è Martino di Tours (316 circa-397), soldato dell’impero romano e poi vescovo (dal 371 alla morte) della città francese di Tours. Molte vicende, alcune storiche, altre derivanti dalla devozione popolare riguardano questo santo, soldato e vescovo, umile e sapiente, patrono di molte città e nazioni. La più nota tra queste vicende è quella del mantello: Martino era un soldato importante nelle guarnigioni poste ai confini settentrionali della Gallia, presso Amiens; possedeva una propria cavalcatura e schiavi per la sua persona. Faceva parte della guardia imperiale che garantiva l’ordine pubblico e la sicurezza dei personaggi importanti. Tra i suoi compiti era la sorveglianza notturna delle guarnigioni di confine. Durante una di queste ronde notturne, nel rigido inverno del 335 d.C. avvenne l’episodio che gli cambiò la vita. Incontrò un viandante seminudo e vedendolo sofferente e intirizzito tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante.

La notte seguente vide in sogno Gesù che diceva ai suoi angeli: “Ecco qui Martino, il soldato che non è battezzato ma mi ha vestito”. La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare.
Udì Gesù dire ai suoi angeli: “Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito”. Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re di Francia.

Dopo questo fatto Martino, già catecumeno, divenne cristiano, sacerdote, vescovo, santo. Se volessimo abbinare questo santo a un personaggio evangelico subito ci verrebbe in mente la figura del samaritano (Luca, 10,25-37). Migliaia di libri hanno proposto esegesi di tutti i tipi sui personaggi di questa parabola: dalla persona del samaritano (colui che si fa prossimo all’uomo ferito) a quella del sacerdote e del levita, dal gestore della locanda fino alla figura del povero mulo che è costretto a portare, oltre che il suo padrone, anche la persona ferita.

Paradossalmente forse il personaggio meno commentato è stato colui che apre il racconto: quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico e venne assalito dai briganti. Quante volte abbiamo ascoltato nei nostri incontri parrocchiali e diocesani riflessioni che identificano la figura e l’azione del samaritano a quella della nostra persona. L’attenzione e l’aiuto concreto alla persona ferita sono il modello per l’azione cristiana; il prendersi cura della persona ferita indica la condivisione con chi è ammalato, disabile, anziano, emarginato. Ma oggi vi propongo una diversa interpretazione: il cristiano deve identificarsi proprio con la persona ferita, con quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico: è una persona che ha bisogno di aiuto, che deve dipendere dagli altri, che attende sul ciglio della strada qualcuno che lo salvi. Il cristiano per primo deve riconoscere le proprie ferite e il proprio bisogno di incontrare qualcuno che lo aiuti e lo accompagni alla locanda della guarigione. Il sacerdote e il levita, simboli della vecchia legge, non ce la fanno ad aiutarlo, non lo vedono e non si fermano. Occorre qualcuno che pulisca le ferite e le disinfetti; qualcuno che lo sollevi dalla polvere e con lui faccia un pezzo di cammino. Abbiamo ben compreso chi può essere questa persona; chi ci può guarire dalle nostre ferite. E allora il cristiano, prima di identificarsi con il samaritano che aiuta, si riconosca nella persona ferita che ha bisogno di aiuto. Imparerà a vedere il proprio servizio e la propria vocazione alla carità in maniera diversa; imparerà che prima di essere ringraziato per ciò che fa deve ringraziare per ciò che viene fatto per lui. È bello e gratificante pensare di assomigliare a Martino che si priva di metà del proprio mantello, ma forse è più vero riconoscersi nel povero assiderato dal freddo che incontra chi può riscaldargli il corpo e soprattutto il cuore